GENERAZIONE PERDUTA
TESTAMENT OF YOUTH
Vera Brittain
Quando
ho cominciato a leggere Generazione Perduta ho capito fin dalle prime righe di
avere tra le mani un romanzo degno di tale definizione, la cui lettura avrebbe
richiesto molto più della comune attenzione e del coinvolgimento emotivo. Si
tratta infatti di un romanzo assolutamente incisivo, che penetra negli angoli
più segreti dell’anima, capace com’è di far rivivere il dolore di un passato
storico non troppo lontano, eppure spesso dimenticato. L’autrice e protagonista
Vera Brittain racconta con una forte intensità e una gran quantità di dettagli
storicopolitici gli anni antecedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale
fino al conseguente e drammatico dopoguerra, quando i giovani sopravvissuti
avrebbero preferito morire in battaglia piuttosto che vivere col ricordo dei
compagni caduti esangui sul suolo di guerra e le ragazze non riuscivano a
cancellare dalla loro mente le atrocità, il dolore e l’illusoria speranza vissuta
in quegli anni di fuoco trascorsi a fasciare ferite mortali inferte nei giovani
corpi umiliati. Non si poteva dimenticare tutto. Non si poteva fingere che la
guerra non ci fosse mai stata. Non ci si poteva riuscire, neppure volendo.
“Quando il suono dei
cannoni vittoriosi imperversò su Londra alle 11 del mattino dell’11 novembre
1918, gli uomini e le donne che si guardarono increduli in viso l’uno con
l’altra non gridarono felici ‘abbiamo vinto la guerra!’, ma dissero soltanto:
‘la guerra è finita.’”
Vera
Brittain racconta in uno sfogo lungo più di 600 pagine la sua diretta
esperienza con la guerra che si insinuò tra la classe media di un’Inghilterra
fin troppo presa dalle sue cieche tradizioni, ma costretta a destarsi dal sonno
dell’abitudine a causa di un evento decisamente assai rumoroso e devastante.
Il
romanzo, pubblicato in Inghilterra nel 1933 e considerato dalla critica come un
classico novecentesco della letteratura inglese, è un autobiografia che alterna
corpose e discorsive sezioni in prosa a tenere e struggenti poesie composte
dall’autrice stessa o da persone a lei molto care, che hanno vissuto il furore
della trincea (come il fidanzato Roland o il fratello Edward) a, infine,
frammenti di preziose epistole, unico conforto nei momenti più cupi. Vera
Brittain comincia con il raccontare dei suoi sacrifici da studentessa per
essere ammessa in un selettivo college di Oxford, contro le aspettative dei
suoi genitori che, pur non opponendosi, non condividevano a pieno la sua
volontà, considerate le consuetudini del tempo. Quando i suoi sforzi vengono finalmente
ripagati, ecco che infuria la tempesta e spazza via ogni aspettativa, ogni
desiderio, ogni ambizione. Allora Roland parte per il fronte, abbandonando la
sua illustre carriera accademica, i suoi sogni, la sua famiglia e la giovane
ragazza di cui si innamora perdutamente. Similmente fa il talentuoso Edward che
lascia l’amato violino e le appassionate composizioni per impugnare le armi e
servire la patria. Gli amici più cari sono risucchiati dagli eventi militari,
lasciando nella vita di Vera solo un grande e silenzioso vuoto. E come
colmarlo, quando la lettura di Omero e Dante diventa una banale frivolezza al
confronto delle atrocità della guerra? Vera non trova soluzione migliore se non
quella di fare richiesta per prestare servizio come Vad, ovvero infermiera volontaria
negli ospedali militari. Comincia per lei un periodo di vagabondaggio tra
Inghilterra, Malta e Francia. L’angoscia di quegli anni nessuna gioia avrebbe
mai cancellato, così come la rabbia e il dolore per la prematura morte di
vittime innocenti. E, persino quando la guerra finisce, chi resta in vita non
sente nessuna ragione per continuare a vivere.
“La guerra era finita … Una
nuova era stava iniziando… Ma i morti erano morti e non sarebbero più tornati.”
Le
pagine del romanzo lasciano emergere, nonostante la compostezza dello stile a
tratti freddo e distaccato, la frustrazione, l’attesa di morte per i cari in
battaglia, la flebile e incerta speranza del sopraggiungere della fine
dell’incubo e la maturazione forzata e inevitabile non solo della protagonista,
ma di tutta la generazione coinvolta nell’inferno della Grande Guerra, la
tristezza, la paura, la rabbia per una vita negata, il dolore, la stanchezza,
lo spossamento, la perdita.
Vera
Brittain ci fornisce il suo ‘diario di guerra’, mettendo a nudo le sue
emozioni, i suoi pensieri, facendoci vivere, proprio per la spietatezza dello
stile che caratterizza la sua scrittura, quegli anni di terrore. Ci costringe a
guardarci indietro con fermezza e anche noi rimarremo inevitabilmente feriti da
questo viaggio nel tempo.
Quando
il bollettino di guerra annuncia la vittoria per l’Inghilterra, di certo non si
diffonde un gran sollievo tra la gioventù che ormai era stata abbondantemente
piegata dal lutto. Nessun volto conservava più la freschezza e l’entusiasmo
tipico dell’età. I giovani soldati erano presto diventati uomini maturi, col
gelo nel cuore. Le giovani infermiere volontarie avevano da tempo abbandonato
l’innocenza e la spensieratezza, avendo avuto sotto gli occhi la morte di
combattenti mutilati e sfigurati in ogni parte del corpo.
“Solo gradualmente mi resi
conto che la guerra mi aveva condannata a vivere fino alla fine dei miei giorni
in un mondo senza fiducia o sicurezza, un mondo in cui ogni relazione sarebbe
stata coltivata con paura e sotto l’ombra della preoccupazione, e la felicità
sarebbe apparsa una dimora temporanea costruita sulle sabbie incerte della
possibilità.”
Ne
valeva la pena ricominciare? Cercare di mettere ogni tassello al posto giusto e
riappropriarsi della propria esistenza? Ma dove trovare la forza per fare
questo?
Vera
Brittain non lo sa e l’unica cosa che può fare è crearsi una corazza e azzerare
ancora di più le sue emozioni, diventare un ‘automa’, perché quando le persone care vengono strappate alla vita,
non c’è nessun motivo per continuare a sorridere. Tutto ciò fino a quando il
tempo sanerà la rabbia e la delusione, lenirà il dolore senza per questo far
sbiadire il ricordo per le persone amate, ma rendendolo ancora più intenso,
puro, infinito. Dopo un lungo percorso difficile e triste, fatto di lotta per i
propri ideali che comprendevano l’emancipazione femminile (dal diritto di voto
al riconoscimento della laurea) e un lungo viaggio in Europa in compagnia della
sua cara amica Winifred, Vera impara a rialzarsi e comprende che forse occorre
da parte sua lo sforzo di andare avanti. Deve farlo per se stessa e anche per
chi invece non c’è più. Perché la vita, anche se difficile e odiosamente
dolorosa, va vissuta e perché neppure una goccia del sangue versato in guerra è
stata vana, ma ha alimentato la consapevolezza nell’uomo della inutilità della
sofferenza, nella fervida speranza di scongiurare per sempre gli orrori di un
passato incivile e immaturo.
Struggente
in ogni singola parola, forte, emozionante, estremamente sincero.

Nessun commento:
Posta un commento