mercoledì 2 marzo 2016

Recensione del libro: Generazione Perduta, V. Brittain

GENERAZIONE PERDUTA
TESTAMENT OF YOUTH

Vera Brittain

Quando ho cominciato a leggere Generazione Perduta ho capito fin dalle prime righe di avere tra le mani un romanzo degno di tale definizione, la cui lettura avrebbe richiesto molto più della comune attenzione e del coinvolgimento emotivo. Si tratta infatti di un romanzo assolutamente incisivo, che penetra negli angoli più segreti dell’anima, capace com’è di far rivivere il dolore di un passato storico non troppo lontano, eppure spesso dimenticato. L’autrice e protagonista Vera Brittain racconta con una forte intensità e una gran quantità di dettagli storicopolitici gli anni antecedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale fino al conseguente e drammatico dopoguerra, quando i giovani sopravvissuti avrebbero preferito morire in battaglia piuttosto che vivere col ricordo dei compagni caduti esangui sul suolo di guerra e le ragazze non riuscivano a cancellare dalla loro mente le atrocità, il dolore e l’illusoria speranza vissuta in quegli anni di fuoco trascorsi a fasciare ferite mortali inferte nei giovani corpi umiliati. Non si poteva dimenticare tutto. Non si poteva fingere che la guerra non ci fosse mai stata. Non ci si poteva riuscire, neppure volendo.

“Quando il suono dei cannoni vittoriosi imperversò su Londra alle 11 del mattino dell’11 novembre 1918, gli uomini e le donne che si guardarono increduli in viso l’uno con l’altra non gridarono felici ‘abbiamo vinto la guerra!’, ma dissero soltanto: ‘la guerra è finita.’”

Vera Brittain racconta in uno sfogo lungo più di 600 pagine la sua diretta esperienza con la guerra che si insinuò tra la classe media di un’Inghilterra fin troppo presa dalle sue cieche tradizioni, ma costretta a destarsi dal sonno dell’abitudine a causa di un evento decisamente assai rumoroso e devastante.

Il romanzo, pubblicato in Inghilterra nel 1933 e considerato dalla critica come un classico novecentesco della letteratura inglese, è un autobiografia che alterna corpose e discorsive sezioni in prosa a tenere e struggenti poesie composte dall’autrice stessa o da persone a lei molto care, che hanno vissuto il furore della trincea (come il fidanzato Roland o il fratello Edward) a, infine, frammenti di preziose epistole, unico conforto nei momenti più cupi. Vera Brittain comincia con il raccontare dei suoi sacrifici da studentessa per essere ammessa in un selettivo college di Oxford, contro le aspettative dei suoi genitori che, pur non opponendosi, non condividevano a pieno la sua volontà, considerate le consuetudini del tempo. Quando i suoi sforzi vengono finalmente ripagati, ecco che infuria la tempesta e spazza via ogni aspettativa, ogni desiderio, ogni ambizione. Allora Roland parte per il fronte, abbandonando la sua illustre carriera accademica, i suoi sogni, la sua famiglia e la giovane ragazza di cui si innamora perdutamente. Similmente fa il talentuoso Edward che lascia l’amato violino e le appassionate composizioni per impugnare le armi e servire la patria. Gli amici più cari sono risucchiati dagli eventi militari, lasciando nella vita di Vera solo un grande e silenzioso vuoto. E come colmarlo, quando la lettura di Omero e Dante diventa una banale frivolezza al confronto delle atrocità della guerra? Vera non trova soluzione migliore se non quella di fare richiesta per prestare servizio come Vad, ovvero infermiera volontaria negli ospedali militari. Comincia per lei un periodo di vagabondaggio tra Inghilterra, Malta e Francia. L’angoscia di quegli anni nessuna gioia avrebbe mai cancellato, così come la rabbia e il dolore per la prematura morte di vittime innocenti. E, persino quando la guerra finisce, chi resta in vita non sente nessuna ragione per continuare a vivere.

“La guerra era finita … Una nuova era stava iniziando… Ma i morti erano morti e non sarebbero più tornati.”

Le pagine del romanzo lasciano emergere, nonostante la compostezza dello stile a tratti freddo e distaccato, la frustrazione, l’attesa di morte per i cari in battaglia, la flebile e incerta speranza del sopraggiungere della fine dell’incubo e la maturazione forzata e inevitabile non solo della protagonista, ma di tutta la generazione coinvolta nell’inferno della Grande Guerra, la tristezza, la paura, la rabbia per una vita negata, il dolore, la stanchezza, lo spossamento, la perdita.
Vera Brittain ci fornisce il suo ‘diario di guerra’, mettendo a nudo le sue emozioni, i suoi pensieri, facendoci vivere, proprio per la spietatezza dello stile che caratterizza la sua scrittura, quegli anni di terrore. Ci costringe a guardarci indietro con fermezza e anche noi rimarremo inevitabilmente feriti da questo viaggio nel tempo.
Quando il bollettino di guerra annuncia la vittoria per l’Inghilterra, di certo non si diffonde un gran sollievo tra la gioventù che ormai era stata abbondantemente piegata dal lutto. Nessun volto conservava più la freschezza e l’entusiasmo tipico dell’età. I giovani soldati erano presto diventati uomini maturi, col gelo nel cuore. Le giovani infermiere volontarie avevano da tempo abbandonato l’innocenza e la spensieratezza, avendo avuto sotto gli occhi la morte di combattenti mutilati e sfigurati in ogni parte del corpo.
                                                                                                         
“Solo gradualmente mi resi conto che la guerra mi aveva condannata a vivere fino alla fine dei miei giorni in un mondo senza fiducia o sicurezza, un mondo in cui ogni relazione sarebbe stata coltivata con paura e sotto l’ombra della preoccupazione, e la felicità sarebbe apparsa una dimora temporanea costruita sulle sabbie incerte della possibilità.”

Ne valeva la pena ricominciare? Cercare di mettere ogni tassello al posto giusto e riappropriarsi della propria esistenza? Ma dove trovare la forza per fare questo?
Vera Brittain non lo sa e l’unica cosa che può fare è crearsi una corazza e azzerare ancora di più le sue emozioni, diventare un ‘automa’, perché quando le persone care vengono strappate alla vita, non c’è nessun motivo per continuare a sorridere. Tutto ciò fino a quando il tempo sanerà la rabbia e la delusione, lenirà il dolore senza per questo far sbiadire il ricordo per le persone amate, ma rendendolo ancora più intenso, puro, infinito. Dopo un lungo percorso difficile e triste, fatto di lotta per i propri ideali che comprendevano l’emancipazione femminile (dal diritto di voto al riconoscimento della laurea) e un lungo viaggio in Europa in compagnia della sua cara amica Winifred, Vera impara a rialzarsi e comprende che forse occorre da parte sua lo sforzo di andare avanti. Deve farlo per se stessa e anche per chi invece non c’è più. Perché la vita, anche se difficile e odiosamente dolorosa, va vissuta e perché neppure una goccia del sangue versato in guerra è stata vana, ma ha alimentato la consapevolezza nell’uomo della inutilità della sofferenza, nella fervida speranza di scongiurare per sempre gli orrori di un passato incivile e immaturo.
Struggente in ogni singola parola, forte, emozionante, estremamente sincero.


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