sabato 21 maggio 2016

Recensione del libro: Fahrenheit 451, R. Bradbury

Fahrenheit 451

Ray Bradbury 

Fahrenheit 451 è uno di quei libri capaci di alimentare un forte senso di paura e smarrimento nel lettore nonostante affronti una narrazione fantascientifica, distopica e perciò assolutamente distante dalla realtà a cui siamo abituati. Ci presenta infatti una storia ambientata in una società rovesciata in cui i vigili del fuoco appiccano incendi piuttosto che domarli, l’ozio e le televisioni sono preferiti alla libera creatività, la musica è diffusa per confondere invece che per comprendere meglio se stessi e la soppressione del libero pensiero diventa la chiave per una vita felice.

“La durata degli studi si fa sempre più breve, la disciplina si allenta, filosofia, storia, filologia abbandonate, lingua e ortografia sempre più neglette, fino ad essere quasi del tutto ignorate. La vita diviene una cosa immediata, diretta, il posto è quello che conta, in ufficio o in fabbrica, il piacere si annida ovunque, dopo le ore lavorative. Perché imparare altra cosa che non sia premere bottoni, girar manopole, abbassar leve, applicar dadi e viti?”


Il protagonista è Montag, un vigile del fuoco che con la sua squadra si muove di casa in casa per incendiare tutti i libri di cui si è in possesso. Pensieri di letterati, filosofi, religiosi, artisti, scienziati, tutto è dato alle fiamme in un batter d’occhio. Non ci sono remore, né tantomeno c’è pietà per chi preferisce bruciare assieme alle macerie della propria casa piuttosto che rinunciare alla cultura. La parola intellettuale diventa una parolaccia, un’ottima offesa. Montag conduce dunque la vita barcamenandosi in questa oscena follia al fianco di una moglie indifferente e spesso fantasma, totalmente assuefatta dal sistema, lasciandosi spegnere ogni giorno di più, lasciandosi morire.


“Il volto di lei era un’isola ricoperta di neve sulla quale sarebbe potuta cadere la pioggia, ma che non sentiva la pioggia, un’isola su cui le nubi avrebbero potuto gettare le loro ombre semoventi, ma ella non sentiva ombre. C’era soltanto il cantare delle vespe nelle sue orecchie tamponate, e i suoi occhi erano vetro, mentre il respiro andava e veniva, mollemente, lieve, entrava e usciva dalle narici della donna, indifferente al fatto che andasse o venisse, uscisse o entrasse.”

Lui, dal canto suo, non si chiede il perché di tutto ciò, non si interroga sul mondo. La sua mente comincia a risvegliarsi solo al seguito dell’incontro con una ragazza, sua vicina di casa, Clarisse McClellan, una grande pensatrice e osservatrice della vita, sapiente e al tempo stesso trasognata. Clarisse, con la sua semplicità ed innocenza riesce a smuovere l’animo di Montag che lentamente inizierà a considerare malvagio il suo inesistente rapporto di coppia, il suo lavoro, l’etica sociale e perfino se stesso. Sentirà il bisogno di reagire a questa vita inerte e frustrante, sfuggendo a poco a poco alla gabbia dell’ignoranza.

La trama del romanzo è ben articolata e ricca di particolari. È un libro intenso che non lascia spazio ai tentennamenti, infatti, una volta cominciato non sono riuscita facilmente a metterlo giù. I personaggi sono piuttosto immediati e il loro carattere è presto intuito. Una piccola curiosità riguardo al titolo che ho appreso dall’introduzione è che “Fahrenheit 451” indica, non a caso, la temperatura a cui la carta brucia secondo la scala utilizzata nei paesi anglosassoni. Perché è proprio la carta che fa paura, i libri, ma soprattutto il messaggio di cui si fanno veicolo. Con questo romanzo abbiamo ancora una volta la conferma riguardo al fatto che le lettura può diventare veramente una legittima difesa. Ed è proprio per questo che per un’indole antidemocratica i libri diventano il peggior nemico, perché la forza delle parole non può dissolversi neppure con il più violento degli incendi. 

Una delle cose che mi ha più segnato è stato constatare che in effetti molto spesso il progresso tecnologico sta lentamente iniettando veleno alla cultura, alla meditazione, all’attesa. Siamo assorbiti dalle luci a led e spesso ci dimentichiamo di far respirare il nostro cervello privandoci di tempo prezioso da dedicare a noi stessi e alle persone che ci circondano. Fahrenheit 451 ci mette in guardia riguardo a questo rischio che diventa ogni anno che passa sempre più concreto (infatti, per certi versi, sembra raccontare una profezia). Ci anticipa le nefande conseguenze di cui potremmo essere oggetto se solo ci lasciassimo prendere un po’ troppo la mano dal digitale fino al punto di dimenticare l’arte, la bellezza, la poesia, la musica, la natura. Costante è il contrasto tra vita e morte, tra realtà e finzione, che spesso diventa addirittura spaventoso. È un libro che in meno di duecento pagine insegna davvero tanto, ricco com’è di riflessioni profonde ed evocative.


“C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità appena commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra.”



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