Fahrenheit 451
Ray Bradbury
Fahrenheit
451 è uno di quei libri capaci di alimentare un forte senso di paura e
smarrimento nel lettore nonostante affronti una narrazione fantascientifica, distopica
e perciò assolutamente distante dalla realtà a cui siamo abituati. Ci presenta
infatti una storia ambientata in una società rovesciata in cui i vigili del
fuoco appiccano incendi piuttosto che domarli, l’ozio e le televisioni sono
preferiti alla libera creatività, la musica è diffusa per confondere invece che
per comprendere meglio se stessi e la soppressione del libero pensiero diventa
la chiave per una vita felice.
“La
durata degli studi si fa sempre più breve, la disciplina si allenta, filosofia,
storia, filologia abbandonate, lingua e ortografia sempre più neglette, fino ad
essere quasi del tutto ignorate. La vita diviene una cosa immediata, diretta,
il posto è quello che conta, in ufficio o in fabbrica, il piacere si annida
ovunque, dopo le ore lavorative. Perché imparare altra cosa che non sia premere
bottoni, girar manopole, abbassar leve, applicar dadi e viti?”
Il
protagonista è Montag, un vigile del fuoco che con la sua squadra si muove di
casa in casa per incendiare tutti i libri di cui si è in possesso. Pensieri di
letterati, filosofi, religiosi, artisti, scienziati, tutto è dato alle fiamme
in un batter d’occhio. Non ci sono remore, né tantomeno c’è pietà per chi
preferisce bruciare assieme alle macerie della propria casa piuttosto che rinunciare
alla cultura. La parola intellettuale
diventa una parolaccia, un’ottima offesa. Montag conduce dunque la vita
barcamenandosi in questa oscena follia al fianco di una moglie indifferente e
spesso fantasma, totalmente assuefatta dal sistema, lasciandosi spegnere ogni
giorno di più, lasciandosi morire.
“Il volto
di lei era un’isola ricoperta di neve sulla quale sarebbe potuta cadere la
pioggia, ma che non sentiva la pioggia, un’isola su cui le nubi avrebbero
potuto gettare le loro ombre semoventi, ma ella non sentiva ombre. C’era
soltanto il cantare delle vespe nelle sue orecchie tamponate, e i suoi occhi
erano vetro, mentre il respiro andava e veniva, mollemente, lieve, entrava e
usciva dalle narici della donna, indifferente al fatto che andasse o venisse,
uscisse o entrasse.”
Lui,
dal canto suo, non si chiede il perché di tutto ciò, non si interroga sul
mondo. La sua mente comincia a risvegliarsi solo al seguito dell’incontro con una
ragazza, sua vicina di casa, Clarisse McClellan, una grande pensatrice e
osservatrice della vita, sapiente e al tempo stesso trasognata. Clarisse, con
la sua semplicità ed innocenza riesce a smuovere l’animo di Montag che
lentamente inizierà a considerare malvagio il suo inesistente rapporto di
coppia, il suo lavoro, l’etica sociale e perfino se stesso. Sentirà il bisogno
di reagire a questa vita inerte e frustrante, sfuggendo a poco a poco alla
gabbia dell’ignoranza.
La
trama del romanzo è ben articolata e ricca di particolari. È un libro intenso
che non lascia spazio ai tentennamenti, infatti, una volta cominciato non sono
riuscita facilmente a metterlo giù. I personaggi sono piuttosto immediati e il loro
carattere è presto intuito. Una piccola curiosità riguardo al titolo che ho
appreso dall’introduzione è che “Fahrenheit 451” indica, non a caso, la temperatura
a cui la carta brucia secondo la scala utilizzata nei paesi anglosassoni. Perché
è proprio la carta che fa paura, i libri, ma soprattutto il messaggio di cui si
fanno veicolo. Con questo romanzo abbiamo ancora una volta la conferma riguardo
al fatto che le lettura può diventare veramente una legittima difesa. Ed è
proprio per questo che per un’indole antidemocratica i libri diventano il
peggior nemico, perché la forza delle parole non può dissolversi neppure con il
più violento degli incendi.
Una
delle cose che mi ha più segnato è stato constatare che in effetti molto spesso
il progresso tecnologico sta lentamente iniettando veleno alla cultura, alla
meditazione, all’attesa. Siamo assorbiti dalle luci a led e spesso ci
dimentichiamo di far respirare il nostro cervello privandoci di tempo prezioso
da dedicare a noi stessi e alle persone che ci circondano. Fahrenheit 451 ci
mette in guardia riguardo a questo rischio che diventa ogni anno che passa
sempre più concreto (infatti, per certi versi, sembra raccontare una profezia).
Ci anticipa le nefande conseguenze di cui potremmo essere oggetto se solo ci
lasciassimo prendere un po’ troppo la mano dal digitale fino al punto di
dimenticare l’arte, la bellezza, la poesia, la musica, la natura. Costante è il
contrasto tra vita e morte, tra realtà
e finzione, che spesso diventa addirittura spaventoso. È un libro che in meno
di duecento pagine insegna davvero tanto, ricco com’è di riflessioni profonde
ed evocative.
“C’era un
buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e
questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava
sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle stesse
ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare
altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non
ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo
bene tutte le innumerevoli assurdità appena commesse in migliaia di anni e
finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro
la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra.”
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